Una storia di emigrazione come tante? Sguardi uguali e diversi

Partire dalla Sardegna per affrontare un mondo diverso, nuovo. Partire alla ricerca di un lavoro e di una vita che in Sardegna è impossibile, dover affrontare un mondo sconosciuto e forse ostile, tra mille difficoltà immaginate e tante addirittura impensabili. E alla fine trovarsi a costruire la propria esistenza con la forza e la serietà che noi sappiamo bene di possedere, con la nostalgia che non ci abbandona, ma anche con la certezza di saper fare cose belle, piene di dignità e di sapienza.

In che cosa la mia storia (e quella della mia generazione) è diversa da quella di tanti sardi che hanno dovuto affrontare la strada dell’emigrazione? Sarei tentato di dire che non cambia in nulla, che i sentimenti di cui parlavo sono e restano immutati, che la forza della nostra identità ci fa sentire sia la durezza dello strappo che quella della solidarietà e del sostenersi gli uni con gli altri per poter affrontare con coraggio le prove che l’emigrazione richiede.

Però… Sicuramente c’è un però, qualcosa che cambia, che sfugge e che serve per capire modi e tempi che hanno accompagnato il nostro dover partire. Nostro, di giovani sardi che sono andati via principalmente per studiare, per imparare altre lingue e altre culture. Forse uno sguardo diverso.

Intanto: dovevo partire? Era necessario abbandonare Las Plassas? Mi era impossibile restare? O a tutto questo si accompagnava il desiderio, forse un po’ nascosto, di mettersi alla prova e di sperimentare qualcosa di nuovo, di portare la mia sardità in un mondo che mi costringeva a provare prima di tutto a me stesso che si può vivere altrove senza perdersi e si può trovare nel confronto con altri mondi e culture la forza di riportare a casa uno sguardo diverso che aiuta a capire il cambiamento.

Ma cominciamo dall’inizio. Sono partito da Las Plassas nel 2005, a 19 anni, e sono arrivato a Firenze un po’ per caso. Mi sono iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche con l’entusiasmo di chi diventa grande e sperimenta la sua indipendenza.

Firenze non è una città facile perché nonostante la bellezza (o forse proprio per quella) i fiorentini sono difficili, si aprono con difficoltà e non sono particolarmente “accoglienti”. Ma è una città che sa apprezzare le qualità e l’impegno di chi non vuole svendersi o perdere la propria identità.

Anch’io, come tanti, ho trovato nelle associazioni dei sardi quel sostegno non solo pratico, ma affettivo e identitario che da sempre li ha resi fondamentali per chi si trova da solo in una realtà così diversa.

Per di più la mia timidezza, l’inevitabile diffidenza da cui era così difficile allontanarsi mi avrebbe potuto rendere più difficile il cammino. E invece qui torna la generazione: siamo ragazzi che, come tutti i nostri coetanei, abbiamo potuto vedere il mondo attraverso esperienze di studio all’estero, abbiamo potuto confrontare la nostra cultura con quella degli altri senza che questo confronto fosse obbligato dalla necessità del lavoro e quindi dal desiderio di rifugiarsi nei nostri legami lontani. Senza che il desiderio di casa ci impedisse di vedere quello che potevamo imparare e che un giorno avremmo potuto riportare nella nostra terra.

È uno sguardo diverso, che non muta i sentimenti di fondo, ma forse può aiutare la Sardegna a rinnovarsi senza perdere la sua solida e sapiente realtà.

Mattia

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